fbpx

Quale rapporto

Esiste un rapporto tra “la morte di Dio” e la crescita della tensione interna agli uomini? E ancora, c’è qualche relazione tra la crescita della tensione interna agli uomini e la necessità della parola?

Quasi tutti dicono che la crescita dei media (specialmente i social) sia addebitabile/accreditabile alla tecnologia; ed è difficile non essere d’accordo. Ma la crescita della tecnologia  può anche essere messa in relazione  con la perdita di una determinata “visione del mondo”?

Per millenni l’uomo è vissuto dentro la certezza di far parte di un sistema ordinato: dalle stelle fino ai dettagli della vita quotidiana. E questo sistema rendeva stabile l’ex-sistenza degli uomini. Si sapeva tutto: perché si veniva al mondo; cosa era il bene e il male; quali erano le Potenze che governavano la realtà; come guadagnare l’approvazione degli dei.

Questo mondo era stabile; di più: era eterno; e dentro un mondo così gli uomini sapevano tutto quello che era necessario sapere per vivere.

Questo non significa che si viveva meglio: c’erano moltissimi problemi anche allora; ma gli uomini avevano le risposte fondamentali; quelle che erano state elaborate nei millenni per tentare di capire  perché siamo venuti qui.

Queste conoscenze non dovevano essere “vere”, ma dovevano “funzionare”; e funzionavano.

Dentro quel mondo gli uomini avevano le risposte essenziali; quelle che “pacificano” il rapporto con la realtà, e rendono meno inquieto il nostro rapporto col mondo.

Da quando Nietzsche ha “profetizzato” la “morte di Dio” (nel 1882 disse: “i prossimi due, tre secoli saranno tragici”); da quando cioè si è sgretolato l’edificio ideale ed ideologico dentro cui gli uomini erano vissuti da sempre, cresce sempre più il bisogno di scrivere e di parlare da parte degli uomini. E’ come se la rottura degli schemi consolidati dentro i quali per millenni si era svolta la nostra vita, avesse alimentato una incontrollabile crescita della tensione dentro gli uomini. E’ come se quelle domande che prima avevano trovato le risposte nell’idea di un mondo governato da “Dio”, adesso avessero riacquistato la “libertà” di esistere. E si agitassero “anarchicamente” dentro la nostra psiche. Complicando così tantissimo la possibilità di passare dal Kaos, al “cosmo”: “non c’è nulla di più informe della sostanza delle menti, se la si separa da Dio” (Malebranche).

Ma se dentro l’uomo c’è il Kaos, se ci sono domante che non trovano risposta,  l’uomo non è più in grado di vivere tranquillamente. Le domande generate da quel Kaos, diventano un assillo, uno stillicidio che ci impedisce di pensare ad altro.

Le risposte che dava la religione non dovevano essere “vere”, dovevano essere efficaci. E l’efficacia si realizzava riducendo o eliminando la tensione che ogni uomo porta dentro sé; anche quando non sa la causa; anzi, soprattutto quando non conosce la causa.

Non c’è nessuno che non abbia mai  vissuto con meraviglia, con sgomento o terrore, il nostro essere al mondo (dovremmo capirlo da tutti i perché dei bambini ); ma quasi sempre quelle emozioni fondamentali vengono riassorbite dalle risposte elaborate dalla storia dell’uomo. Quelle risposte diventano il “mondo” dentro il quale i bambini poi diventeranno “uomini”; diventeranno adulti e responsabili.

Se dopo “la morte di Dio” quelle risposte elaborate da millenni di storia degli uomini, non sono più considerate “realtà”, ogni uomo è costretto a rielaborare in proprio le risposte per vivere. Così è costretto a sopportare il peso di un lavoro forse insopportabile per un singolo uomo.

Forse anche per questa ragione cresce in continuazione il bisogno di terapie e farmaci psicologici. Ognuno deve ridurre l’ansia dentro sé: ma non è un’ansia individuale, è una pandemia ! Non si tratta cioè di qualcuno che sta male, si tratta di una civiltà che sta malissimo.

Ed è forse quest’ansia che obbliga tutti noi a scrivere in continuazione libri, giornali e invettive-social; a parlare in continuazione uno sull’altro.

La parola forse aiuta a trasferire dall’interno all’esterno la tensione che accumuliamo per la mancanza di certezze; e questo trasferimento pacifica, tranquillizza, stabilizza.

Non si tratta di suggerire una visione o l’altra per vivere. Forse perché non è neanche sicuro che vivere meglio è meglio che vivere peggio. Si tratta di diventare consapevoli della cause della nostra bulimia-da-parola per tentare – forse – di gestirla.

E soprattutto si tratta di evitare di confondere il nostro bisogno di parlare (o scrivere) con la verità.

Solo così potremo evitare di fare del dialogo un continuo scontro; ed evitare che questo dialogo-scontro generi solo rancore.

Tino Di Cicco