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Prima lettera alla Bellezza

Ci sono persone che confondono la bellezza con l’estetica; poi subordinano l’estetica all’etica. Infine assoggettano l’etica all’interesse personale.
Così bello diventa quello che mi è utile.
Ma rinunciare all’idea greca della bellezza, ai “brividi” di Platone ( Fedro), per fare della bellezza una questione “etica”, sembra riduttivo.
La bellezza non salva perché garantisce la mia “identità”, ma salva quando realizza il divino che è in me; e che io ignoro.
La bellezza è l’aperto, non l’estetica.
Non è subordinabile ai miei piccoli vantaggi personali.
“Dionysisch zu stehen”, ha scritto Massimo Cacciari, e in questo stehen, costi quel che costi, c’è quella tensione capace di generare luce e bellezza.
Non è un fatto estetico la bellezza, è tensione spirituale; poi verranno anche le “forme”. Verranno qui a sfidare il tempo, anche se noi uomini dovremmo essere tragicamente consapevoli della nostra impossibilità a reggere il tempo.
Ma quelle forme possono indicare una via.
L’”utilità” della bellezza è nel realizzare l’impossibile che è in me, non nel servire la mia causa.
“La rosa è senza perché, fiorisce perché fiorisce/ a se stessa non bada, che tu la guardi non chiede”, scriveva Angelus Silesius, e anche così ci ricordava che la bellezza non è subordinabile all’uomo. Non ha il colore della nostra morale, né il metro della nostra logica.
Ancora “Dionyso contro il Crocifisso”, questo è il polemos fondamentale.
Chi vive il tragico, vede la bellezza.
Perché la bellezza è il sorriso del disperato; è la dignità dentro l’assurdo; è la tenerezza nella tragedia.
L’estetica parla all’uomo, la bellezza parla al trascendente che noi siamo e non siamo.
Poi è sicuramente vero che c’è una legge interna ad ogni opera d’arte. Ma l’artista non lo sa, non deve saperlo, altrimenti rischia di diventare un tecnico dell’arte.
In ogni cosa grande che l’uomo ha fatto, fa, o farà, c’è qualcosa più grande dell’uomo. Ed è quella cosa più grande a costringere l’uomo ad essere quello che lui è senza sapere di essere ( Ione).
Bello è l’oplita greco che sfidava l’invincibile esercito dei persiani; bella era Antigone che non si rassegnava alla morale degli uomini. Bella la “follia” di don Chisciotte; ed anche il polemos di Prometeo contro gli dei era bello.
Bello è lo sguardo sereno/sofferto di ogni uomo quando capisce di essere nient’altro che tempo. E nonostante questa consapevolezza, non cede al cinismo e diventa amore.
Tutto quello che mi è utile è menzogna, e la menzogna mi esclude dal bello.
La bellezza salva gli uomini non perché dà buona coscienza all’animale che ci vuole vivere, ma perché disorienta quell’animale e lo conduce all’Aperto.
E nell’Aperto non c’è più l’io, e se non c’è l’io, non c’è più nessuno che cerca la salvezza.

Tino Di Cicco

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