UA-136640652-1 Nicolina - Edizioni Mondo Nuovo

Non ce l’ha fatta Nicolina. E’ morta dopo che l’ex compagno della madre le “ha sparato un colpo i faccia”.

Aveva quindici anni e, come tutte le mattine, andava a scuola portando con sé il peso dei suoi pensieri. Invisibili per chi non sa vedere; insopportabili per chi li deve portare.

E non ce l’ha fatta neanche Antonio Di Paola. Era l’ex di sua madre. Ha ucciso e si è ucciso.

Forse neanche lui riusciva a sopportare un dolore che lo ha costretto ad uccidere due volte. Un dolore generato da pensieri sicuramente “sbagliati”, ma nessuno dovrebbe  ignorare che anche il suo dolore era vero.

La morale degli uomini capisce però la sofferenza per la morte di Nicolina, e non riesce a capire quella di Antonio. C’è con-doglianza per Nicolina, ed è giusto; e non c’è con-doglianza per Antonio, e forse non è giusto.

Ha scritto una volta Nietzsche che “assumere su di sé la colpa, non la pena,questo sarebbe veramente divino”.

Forse perché sapeva che se la pena è subita, è subita anche la colpa. Noi invece crediamo che la colpa sia “voluta”, mentre la pena sia subita, per questo possiamo con-dolerci con Nicolina e non con Antonio.

Chi subisce la pena può portare in tribunale il “colpevole”; ma chi “subisce” la colpa, non sa chi chiamare in giudizio.

E’ la natura, il destino, Dio(?) che decidono sul nostro carattere, non la nostra volontà.

Il nostro carattere non è stato scelto da noi, ma noi lo subiamo da potenze molto al di là della nostra volontà. E quando sul nostro carattere la natura, il fato oppure Dio hanno impresso le condizioni per generare la colpa, nessuno di noi è in grado di contrastare quella “decisione”.

Antonio è stato sicuramente un “mostro”, ma nessuno che abbia un minimo di sensibilità e di intelligenza può pensare che qualcuno scelga di essere un mostro.

Eppure gli uomini, quasi tutti gli uomini, sono illusi dal “libero arbitrio”, e sono perciò convinti che la colpa sia una scelta, mentre la pena venga subita.

Ma se io potessi scegliere come essere, non sceglierei di essere migliore di quello che sono? Non vorrei allontanare da me ogni colpa? Non vorrei avere un carattere capace di generare solo il bene ? E se io penso così, perché dovrei credere che gli altri pensano diversamente ?

“Tutti gli esseri umani sono assolutamente identici nella misura in cui possono essere concepiti come costituiti da un’esigenza centrale di bene attorno alla quale si dispone un po’ di materia psichica e carnale”, questo sapeva Simone Weil.

Ma lei lo sapeva perché aveva sperimentato che tutta la realtà è governata dalla necessità : anche il nostro corpo, anche la nostra psiche, addirittura anche il nostro spirito : “una necessità rigorosa, che esclude ogni arbitrio ogni caso, regola i fenomeni materiali. Nelle cose spirituali vi è ancora meno arbitrio e caso”.

La consapevolezza che nessuno sceglie il proprio carattere, la costringeva ad essere sensibile non solo alle ragioni della vittima, ma anche a quelle del “colpevole”; perché da un altro punto di vista, anche il colpevole era una vittima.

Questo sapevano non solo Nietzsche e Simone Weil, ma anche i Greci. E la tragedia che loro, e solo loro, sono stati capaci di generare, è stata la più profonda testimonianza di consapevolezza dell’incredibile vicenda dell’uomo sulla terra.

La tragedia, ha scritto Hegel, è quella situazione nella quale entrambi i contendenti hanno ragione.

Ma l’uomo non può perdere tempo tra due ragioni contrapposte. E allora meglio superare quel blocco del pensiero generato dalla consapevolezza tragica. Allora meglio giudicare, condannare e passare oltre.

Ci aspetta il progresso, l’indice di borsa, la vita.

Tino Di Cicco