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L’ESPERIENZA DELLA POESIA GIAPPONESE NELLA NUOVA RACCOLTA DI VERSI DI GRAZIA DI LISIO

Grazia Di Lisio

Quasi sottili lampi

Edizioni Mondo Nuovo, “Liminaria 2”, Pag. 88, Euro 10,00

Le parole che ci vengono incontro dalle pagine di questo nuovo lavoro poetico di Grazia Di Lisio, ci

pongono domande, ci interrogano con la consueta levità dell’Autrice, su quello che c’è oltre la banalità del quotidiano.

Per questo ci catturano e si lasciano catturare da noi, non sono mai assertive ma ci interpellano sui nostri sentimenti più sfumati, più nascosti; quelli soffocati dalla pesantezza della realtà visibile.

Del resto la levità, la leggerezza, l’impalpabile presenza del ritmo nascosto delle cose, sono sempre stati la cifra della ricerca di Grazia, come se, mai appagata dell’apparire, volesse catturare un’armonia segreta per dare verità all’evento.

Verità e nascondimento, aleteia e lete, hanno la stessa radice, ci dicono i filosofi dell’essere e come “un sottile lampo” la verità appare per illuminare il mondo in un attimo e lasciarlo subito dopo di nuovo nell’oscurità più profonda.

Questo lampo sottile, dice l’Autrice, l’abbiamo chiamato bellezza e anzi la bellezza è “lo splendore della verità” ricordando le parole di Joyce.

Certamente, nei versi di Grazia Di Lisio c’è tutta la consapevolezza della drammaticità del nostro secolo, delle sue lacerazioni ancora così presenti

Dove cercare la bellezza se temiamo

“… che ogni cosa senza forma

sia mallo senza guscio di bellezza.

Più nessuna frinda fa corona

alla garrula stagione delle ombre” ?

Oppure se ci fermiamo attoniti mentre

“gira l’anello misterioso

che non trovo e attendo, ghiotta di cielo

prima che collassi l’onda”?

La parola si arretra di fronte alle cose, come già aveva fatto nella precedente antologia “Un asciugar di tempo”.

“Migro nell’ombra come un tarlo

non per dire cose che non voglio

sul nulla che scolora il tempo”.

Questa rinuncia a dare un nome all’oggetto permette di intravvederne l’ombra e di disegnarla di fronte all’immaginario del lettore, con l’espediente dell’arte se l’arte ricerca “ …le ombre, non le cose, la risonanza non il suono, il fulgore non la luce…”

   Andrè Aciman.

In questa ultima raccolta di versi l’operazione è ancora più definita. L’io della poetessa sembra frantumarsi di fronte  agli eventi, un io che sembra servire solo da detonatore perché la natura, gli oggetti possano emergere.

L’io è in dissolvenza, come lo è, già ormai dissolto, nella poesia haiku tanto cara all’Autrice.

Come fare

“…a essere mare che cambia pelle

   e s’imbrivida di luna”?

Oppure, come nei versi dedicati a Pinuccio Sciola che, peraltro, fa con la pietra la stessa operazione che Grazia fa con la scrittura, animandola di armonia musicale

“…essere pietra o mare

assimilare il canto delle dune…”?

E’ un io frantumato che esclude qualunque certezza perché si ritrae e resta presente solo nel movimento dell’evento, nel respiro tra parola e parola.

Nell’arte giapponese c’è un segno che esprime questo momento, ed è “ma”.

E’ ciò che noi chiamiamo sillaba togliendo il significato intrinseco della parola.

E’ il segno di un momento di attesa tra un gesto e l’altro nel teatro, tra la carta e il pennello nella pittura, tra una nota e l’altra nella musica.

E’ una distanza, un vuoto.

Ho trovato questo momento soprattutto negli ultimi versi della raccolta:

“cade la neve

 scossa dai fitti rami

Un tonfo muto

Sulla terra che geme.

Rinverdirà di fiori”

( da notare il classico taglio (kireji) tra il 4° e 5° verso.

Sono versi di un’apertura a ciò che è nascosto, a ciò che è silenzio dietro ogni rumore, ciò che, esattamente come nella tradizione haiku, è accennato ma non ancora avvenuto, è vuoto ma gonfio di vita.

Grazia non ha lavorato solo sulla pagina ma su se stessa modificando volta a volta il suo sguardo ed esortandoci a modificare anche il nostro

“ha colore il suono

ha colore il canto della terra

Anche il vento ha colore nel murmure

di una memore conchiglia”

dove l’aggettivo “ memore” ci rende la conchiglia quasi umana compagna.

Ecco, la sua poesia non dà ripari alle nostre paure ma ci accompagna, ci è compagna nel nostro incerto cammino sulla terra.

Giovanna De Vivo