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Giuseppe Rosato, Lanciano, Recensione di Raffaele Di Virgilio

Giuseppe Rosato

Lanciano

Edizioni Mondo Nuovo, “Rizomantica” (luoghi e scrittori), Pag. 75, Euro 15,00

Questo gioiello editoriale è la prima perla di una collana letteraria finalizzata a privilegiare la valenza culturale, fino ad oggi tenuta in non cale dalla critica, dei rapporti vivificanti che intercorrono fra le persone fisiche degli scrittori e gli specifici spazi territoriali che con  materna intimità familiare, come di cortile di casa, nutrono di civica privacy  esperienze letterarie da loro rivissute di volta in volta per essere tradotte in forme di nuova vita, ricche di soggettivo sentimento ma anche di respiro civile.

Il volumetto qui in esame è presentato dall’editore Massimo Pamio, fine saggista che apre la sua intelligente Introduzione prendendo atto di una novità scientifica che sta producendo effetti rivoluzionari anche nel campo delle scienze umane, preludendo ad un nostro riscatto dal degrado civile di un “nuovo fascismo” a cui ci hanno consegnato i partiti negli ultimi 50 anni. Mi sia consentito trascrivere qui una mia recente puntualizzazione a tal riguardo: “Concordo con l’idea progettuale di chi tiene a sottolineare che ai piccoli centri abitati non debbono corrispondere piccole aspirazioni: ciò perché a mio avviso la civiltà elettronica ha trasformato il pianeta terra in un villaggio globale in seno al quale i baricentri della cultura non sono più quelli d’antan – M. McLuhan insegna – ma si spostano preferibilmente nelle aree provinciali e tendono a lasciare in ombra quelli metropolitani, esibendo una centralità per così dire sferica, in forza della quale ogni punto del pianeta diventa centro: provincialità sui generis, questa, che  è cosa ben diversa dal provincialismo”. Da questa novità discendono conseguenze rilevanti in molte aree culturali, come ad esempio in quella dialettale (si pensi alla dialettalità della”lingua”, identificata con quella dell’infanzia nelle pp. 18-19 del libriccino qui recensito) o in quella storico-biografica: quest’ultima subirà a breve una sorta di cataclisma, prodotto dal sopravvento del biografismo individualistico a danno della ariosa politicità della grande storiografia, ma è comunque certo che i cardini della vera democrazia sapranno reggere ad ogni urto; e viene in mente, fra l’altro, il possibile occhiolino che alla storiografia delle origini sarà fatto dalla stretta connessione odierna dei luoghi con le persone che li abitano, stante il fatto che notoriamente le prime narrazioni storiche dell’antica Grecia (si pensi ad Ecateo di Mileto) erano figlie della geografia in quanto strettamente contestuali alle descrizioni geografiche, cioè alle notizie sui luoghi abitati da esseri umani. 

Lanciano riceve gran luce, diffondendola impreziosita nel mondo degli homines humani, da un finissimo poeta e scrittore, Giuseppe Rosato, che quel luogo ha amato e  respirato come ossigeno di vita perenne fin dagli anni verdi dell’infanzia. L’amore per la terra natia affianca – direi affratella – questo letterato d’eccezione ad un altro grande innamorato di Lanciano, Giovanni Nativio, al quale va l’espressione della mia profonda stima e del mio ricordo affettuoso. Giuseppe Rosato alterna brevi poesie e prose – nuove di zecca o già pubblicate altrove – che come poliedriche gemme incastonate in un fiabesco mosaico invitano a cogliere lo spessore autentico della fantasia trasfiguratrice del poeta anche nei brani in cui  la sua voce si volge a confidenze venate d’ironia o a spassose divagazioni che solo apparentemente abbassano i toni usuali del dettato poetico. L’arte squisita del Nostro è sempre modulata entro limiti dettati da un innato senso della misura e da un’accattivante naturalezza che gli evita di sconfinare non solo negli eccessi della prosaicità mascherata, cioè gratuita e provocatoria, ma anche e soprattutto in quelli della poeticità altisonante e piena di… vuoto: il tutto in piena sintonia con le immagini fotobiografiche, sapientemente dislocate, e con il corredo di illustri testimonianze epistolari.

La componente giocosa della poesia rosatiana ha come tratto distintivo la contestuale funzione educativa di un alto magistero, malgrado qualche eccesso verbale (pur seducente) come “stramaledetto foglio di puttana” (p.51). Molto più frequenti, e più squisitamente rosatiane, sono invece altre finezze come quella inerente alla qualifica di e-simia, affibbiata con sapiente distorsione glottologica alla razza umana, che re vera discende da quella delle simiae/“scimmie” (p.45) od anche quella di Pregare a Chicago (p. 53) che suona spassosamente “L’uno dirà: libera boss a malo / risponderanno gli altri: e così CIA!”.

Per rilevanti puntualizzazioni critiche sulla Weltanschauung rosatiana, il cui geniale pessimismo si inserisce autorevolmente nella linea di una lunga e nobilissima tradizione, rinvio alla suddetta Introduzione di Massimo Pamio, ricca di spunti critici illuminanti, fra cui spicca quello incentrato sulla poetica della neve, inscindibile dalle poetiche dell’infanzia e del luogo natio, il cui connubio è scolpito es aièi dall’autore stesso del volumetto col ricorso alla sigla del radicamento in un sito geografico che d’incanto diventa spazio dell’anima, talché “l’infanzia è un luogo dal quale non ci siamo mai allontanati” (p. 15). Il presentatore del libellus si spinge comunque ben oltre nella sua operazione di scavo critico, di cui riporto solo questo specimen altamente significativo: “Poesia della Distanza, dell’Ombra, in cui la parola non salva anzi anticipa la condanna del silenzio nel nulla”.

A titolo di conclusione di questa mia rapida carrellata trascrivo alcuni spezzoni poetici per  fornire elementi di giudizio che siano di stimolo ai lettori per una verifica personale dell’alto livello artistico e della profonda valenza umana dell’attiva partecipazione, squisitamente laica, di Giuseppe Rosato alle problematiche dell’odierna cultura occidentale. A p. 39 il pensiero è un condannarsi, cioè “pensarsi / la condanna a vita” (Oh, l’inverno); a p. 43 si prende atto di una inèdita (perché solo allusivamente heideggeriana) nullità dell’essere: “al nulla / potrà solo… / coniugarsi altro nulla, altra negata / vita  o di essa il calco vuoto (La distanza); a p. 47 si invita a non tentare il mistero, ma a lasciarlo “murato dentro la domanda dal suo primo proporsi” (Le cose dell’assnza);  a p. 55 “Dio s’affacciò sul mondo” e vedendo le brutture raccapriccianti esibite dall’intero pianeta, fu contento di non esistere, “e confortato / si ritrasse nel nulla” (La vergogna del mondo). A p. 60 risplende finalmente la luce consolante di una fiduciosa interrogativa retorica: “Non m’ha insegnato il tempo la più facile /delle sue leggi, che si oblitera solo / il non amato?”. Incoraggiato da questo ottimistico messaggio d’amore auguro buona lettura a tutti gli innamorati della vera cultura.

Raffaele Di Virgilio