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Intervista a Paolo Dal Canto su Aquile Solitarie

“Mi chiedo fino a dove ci si può spingere con la scrittura, quanto è disposto a sopportare un lettore? E allora la scrittura diventa un gioco estremo”

PAOLO DAL CANTO SU AQUILESOLITARIE

Aquile Solitarie ha intervistato Paolo Dal Canto, che ha parlato del suo stile, delle sue fonti di ispirazione, del suo nuovo libro Non dirmi che ti piace Baricco e anche della sua esperienza con Edizioni Mondo Nuovo.


Di seguito il testo dell’intervista:

Non dirmi che ti piace Baricco, un testo originale, divertente e a tratti dispotico che non nasconde le origini artistico-teatrali da cui proviene l’autore.

Aquile Solitarie – Iniziamo dal titolo: perché Non dirmi che ti piace Baricco?

Paolo Dal Canto – Nel titolo della raccolta Non dirmi che ti piace Baricco c’è molto del come sto affrontando questa avventura “artistica”. C’è ironia, c’è il gusto della provocazione e c’è il divertimento. Quando scrivo mi diverto, e visto che sono anche il mio primo lettore per me è fondamentale, quando rileggo i miei racconti, rivivere lo stesso divertimento, le stesse emozioni che hanno animato l’atto della scrittura. Ecco, Non dirmi che ti piace Baricco è uno dei racconti della raccolta che più mi ha divertito scrivere. Dare lo stesso titolo alla raccolta nasconde anche un pizzico di autoironia. Sono agli inizi, nessuno mi conosce, e con fatica sto cercando di crearmi un pubblico, e allora perché non colpire uno dei mostri sacri della letteratura, insomma, fra me e Baricco, non ditemi che preferite Baricco!

Aquile Solitarie – La sua raccolta alterna racconti ironici e divertenti ad altri prevalentemente disturbanti. Come nascono le sue storie?

Paolo Dal Canto – Molti dei miei racconti nascono da un’immagine, un’idea, una sensazione, un’emozione, un oggetto. Rispondono alla necessità di esprimere quel qualcosa che ho dentro in quel momento, ma per il quale non trovo subito le parole; e allora si mettono in moto tutta una serie meccanismi e mi trovo a risvegliare ricordi, altre emozioni, altre immagini, e le parole cominciano a riempirmi la testa. A quel punto devo liberarle e la scrittura è forse il migliore strumento per fare questo. Mi piace in particolare l’ironia, far ridere. La risata ha un grandissimo potere: abbassa le difese di chi ci si abbandona, lo scopre, lo lascia indifeso e allora diventa più facile colpire dritto al cuore, e passare dalla risata all’emozione, all’empatia, alla commozione, all’orrore. Il gusto per il distopico e disturbante rientra un po’ in questo meccanismo e risponde anche a una sorta di sfida: mi chiedo infatti fino a dove ci si può spingere con la scrittura, quanto è disposto a sopportare un lettore? E allora la scrittura diventa un gioco estremo, avvicinarsi al limite massimo cercando di non oltrepassarlo, di non perdere il lettore, la sua attenzione, la sua affezione.

Aquile Solitarie – Qual è, tra i testi che compongono Non dirmi che ti piace Baricco, quello a cui lei è più legato?

Paolo Dal Canto – Sono legato a ogni testo per ragioni diverse, in modo più o meno forte. Tua madre è una sirena, per esempio, è un testo che sento molto per come affronta la tematica dell’immigrazione; lo stesso vale per Indosso jeans attillati, dedicato alla violenza di genere. Poi ci sono racconti a cui sono affezionato perché mi sono divertito un sacco a scriverli, come Non dirmi che ti piace Baricco o Va Gina, va, va, va… Dai, vai Gina!, ma se dovessi proprio scegliere un racconto in particolare potrei dire La colonna, oppure Vorrei che non finisse mai, racconti che con stili opposti parlano del Covid, di quello che ha comportato per noi, per le nostre famiglie, i nostri cari. Io sono nato e vivo a Bergamo, città e provincia colpite in modo particolare dal virus, e questi due racconti hanno risposto alla necessità che avevo di liberare la testa da troppi pensieri, troppe parole, troppe emozioni…

Aquile Solitarie – Il racconto che dà il titolo alla raccolta apre la sezione dedicata all’erotismo. Come descriverebbe questa storia ad un lettore che la legge per la prima volta?

Paolo Dal Canto – Nel racconto Non dirmi che ti piace Baricco do voce a un oggetto molto particolare, un dildo o, per meglio dire, un vibratore, e insieme a lui ci sono altri oggetti, sempre dello stesso genere. Si tratta di un artificio per giocare con le parole, con il ritmo, è un testo che ha una forte teatralità, una sorta di monologo breve, un modo per parlare di sesso in modo divertente, irriverente, provocando e scherzandoci sopra. Leggendo questo racconto direi che si può capire molto del mio stile. Quando con Stefano Taglietti, il musicista che sempre mi accompagna, facciamo le presentazioni, questo è uno dei testi che di sicuro piace di più.

Aquile Solitarie – Ci sono alcune immagini interessanti arricchiscono il libro. Potrebbe dirci qualcosa in più in merito?

Paolo Dal Canto – La maggior parte delle immagini che arricchiscono il libro sono rubate dal Web e descrivono in modo piuttosto preciso il racconto a cui sono abbinate. Penso all’albero che sembra avere orecchie, occhi e bocca, o alla foto della colonna di camion carichi di bare che di notte ha attraversato la città di Bergamo. Sono immagini che ho voluto abbinare ai racconti perché sentivo che potevano dare un valore aggiunto alla narrazione, donare un qualcosa di più all’immaginario del lettore. Poi ci sono due fotografie, una è quella dei manichini e l’altra quella del cofanetto di Baricco, che sono proprio le immagini dalle quali hanno preso vita i racconti. Infine c’è un’illustrazione, quella del racconto Tua madre è una sirena, che è stata disegnata apposta per quello scritto. L’autrice è Viola Vetteruti, una bravissima illustratrice che vive a Bergamo e che ho conosciuto qualche anno fa. L’illustrazione rispecchia in modo preciso il significato di quel racconto.

Aquile Solitarie – Come definirebbe il suo stile? Pensa che la sua scrittura possa assomigliare a quella di un autore passato o contemporaneo?

Paolo Dal Canto – Ho iniziato a scrivere per il teatro. Facevo parte di una compagnia teatrale della quale ero regista e sceneggiatore. Mettevamo in scena spettacoli di contenuto sociale ma caratterizzati da uno stile particolare, che giocava in modo marcato sul contrasto fra il tragico e il comico, andando a cercare anche nelle situazioni e nelle tematiche più particolari e delicate gli aspetti grotteschi che ci si nascondevano. Dal teatro e dai miei maestri ho imparato che nell’arte una delle cose fondamentali è saper copiare, copiare e poi personalizzare ciò che si è copiato, dargli una propria impronta, un proprio colore. Andavo a teatro almeno una volta la settimana e imparavo, imparavo da ciò che mi piaceva e anche da ciò che proprio non mi convinceva, e copiavo. Con la scrittura è la stessa cosa. Leggo tantissimo, e leggendo imparo e copio. Definirei lo stile dei miei racconti tragicomico-grottesco, e di sicuro influenzato dalle origini teatrali. Ritengo fondamentali per ciò che scrivo il ritmo e la musicalità. La lettura deve scorrere, avere una sua melodia, senza intoppi, senza cadute nei tempi. Di sicuro ci sono autori che mi hanno influenzato tantissimo, mi riferisco in particolare ad Aimeee Bender, Christopher Moore e Jonatham Lethem, i miei preferiti. No, Baricco no, non c’è!

Aquile Solitarie – Potrebbe raccontarci la sua esperienza con la casa editrice con la quale ha pubblicato?

Paolo Dal Canto – Quando mi sono deciso a tentare la strada della pubblicazione ho contattato molte case editrici. Alcune mi hanno risposto che non erano interessate al mio materiale, altre non mi hanno nemmeno risposto, e altre ancora si sono dichiarate interessate, ma le proposte contrattuali non mi convincevano. Come capita spesso si trattava di pagare per vedere il proprio libro diventare realtà. Ho cercato a lungo, mi sono informato e confrontato con molti altri scrittori e quando mi stavo ormai rassegnando mi è arrivata la risposta da una casa editrice che aveva appena chiuso i battenti ma che esprimeva apprezzamento per i miei racconti e mi invitava a mandare il mio materiale alle Edizioni Mondo Nuovo, casa editrice con la quale collaboravano. Ci ho provato, e la risposta è stata positiva e il contratto decisamente onesto e rispettoso di quelle che erano le mie aspettative e prerogative. Una vera casa editrice non a pagamento. Non mi sembrava vero, al punto che per un po’ di tempo sono stato lì a chiedermi dov’era il trucco, ad aspettarmi una qualche fregatura, ma così non è stato. Edizioni Mondo Nuovo è una casa editrice seria e in decisa crescita. Mi sento sempre molto ben seguito da loro, accompagnato nelle scelte e ben consigliato. Sono presenti e attenti alle esigenze dell’autore. Insomma, mi sento coccolato, e questa non è una cosa comune, non per niente se altri scrittori mi chiedono consigli su con chi pubblicare, faccio molto volentieri il loro nome.

Aquile Solitarie – Ha altri racconti riposti nel cassetto che vorrebbe pubblicare?

Paolo Dal Canto – Di racconti ne ho ancora tanti, nel cassetto e alcuni ancora nella testa, ma in questo ultimo periodo ho deciso di buttarmi in una nuova avventura, e così ho scritto un romanzo breve e, mentre chi di dovere lo sta valutando, ho già iniziato a scriverne un altro. Non ci avevo mai provato prima perché mi sembrava troppo difficile, lontano dalle mie corde, un ostacolo quasi insormontabile, ma poi mi sono detto: «Cavoli, ma se ci è riuscito Baricco…»

FONTE: AQUILESOLITARIE.ALTERVISTA.ORG

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