Quando ero giovane ho avuto la possibilità di condividere con la mia generazione una esperienza forse unica nella storia dell’umanità: la certezza di cambiare il mondo.
Ci credevamo tutti: veramente; “se non sarà oggi”, dicevamo in coro, “sarà domani, o al massimo il progresso arriverà tra qualche settimana”.
Allora incominciavo a scrivere poesie, e mi vergognavo. Perché, come diceva Karl Marx nella famosa undicesima tesi su Feuerbach: ”i filosofi finora hanno interpretato il mondo, ma si tratta di cambiarlo”. E solo la politica era in grado di farlo; solo la politica perciò era il bene, oppure quelle arti che davano il loro contributo ad un Partito che sosteneva direttamente quell’idea di bene.
Allora tutto quello che non era politica, era un “vizio borghese” di cui doversi vergognare.
Nel mio piccolissimo, però, nonostante quel “vizio”, anch’io ho cercato di agire, pensare, parlare, guardando “il sol dell’avvenire”. Cosa c’era di più giusto di dare una mano perché si realizzasse finalmente l’uguaglianza tra tutte le persone? Eravamo a due passi dal Paradiso, come era possibile restarne fuori?
Era finito il tempo in cui gli uomini dovevano affidarsi alle Religioni per sperare nella Giustizia nell’altro mondo; adesso la giustizia sarebbe arrivata direttamente sulla Terra, e saremmo stati tutti noi a realizzarla!
C’era entusiasmo, euforia, fiducia assoluta. Eravamo arrivati noi; questa era l’occasione buona!
Poi la vita è passata; quasi tutta ormai. Il mondo che lasciamo ai figli e nipoti non è migliore di quello che abbiamo trovato.
La politica non ce la fa proprio a cambiare la realtà; forse è cambiata la politica, non la realtà.
A resistere contro la violenza che segue l’uomo dai tempi di Caino, per me è stata sempre la poesia; un modo di interpretare il mondo che mi ha accompagnato dall’inizio alla fine.
Ma non la poesia come “svago”, come “cultura”; come “letteratura”: la poesia come assoluto: ”chi alla poesia non dà la forza di resistenza dell’immediato, non ha scritto poesia” (P. Celan).
La poesia nasce dal massimo straniamento; dalla massima divergenza rispetto al presente; è quasi solo follia, sa pochissimo della ragione dell’uomo. Eppure (o forse proprio per questo) è la più alta forma di resistenza contro l’interpretazione del mondo dominante.
Ma è la più alta forma di resistenza contro l’interpretazione del mondo dominante, perché la resistenza della poesia non è contro gli uomini, ma contro il tempo. La poesia sa che “tutti i problemi si riducono al tempo” (S.Weil).
Il tempo è natura che governa totalmente la nostra esistenza. E la poesia cerca di resistere direttamente al tempo.
All’origine del mondo c’è, infatti, il tempo. È il tempo che decide come deve essere il mondo; non sono né gli uomini, né Dio. E’ il tempo la massima Necessità, l’Ananke che dà forma e consistenza al nostro mondo. Per questo la poesia deve resistere al tempo, perché sa che è nel tempo che tutto nasce e tutto ritorna: ”poesia, rimedio alla necessità” (S. Weil).
Eppure, nonostante non si opponga né agli uomini, né a Dio, la poesia è il modo più intransigente per non soccombere ai “valori” del tempo: “i giochi non sono ancora fatti – un pensiero che accompagna ogni autentica vocazione poetica” (P. Celan).
Cos’è la cadenza, il ritmo, la frequenza, in poesia, se non il tentativo di resistere a questo nostro tempo; di creare un altro tempo dentro il quale far esistere un altro mondo; un mondo dove non sia la forza a governare la vita degli uomini, ma l’amore?
L’amore è l’unica possibilità che abbiamo per non morire prima di morire; l’unica che non rinvia tutto al domani. L’unica che si lascia guidare dalla bellezza, fino alla gioia.
Per questo resiste la poesia. Solo per questo.
Tino Di Cicco